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IL RITORNO DEL FANTAFESTIVAL
Non voglio fare la solita romana Abraham Simpson che inizia a raccontare di quanto era bello quando lei era giovane e innocente e il Fantafestival era una cosa seria, una cosa grossa, ci si sapeva divertire allora signora mia.Per anni sono rimasta profondamente (verso la fine diciamo pure irragionevolmente) fedele a questo evento, ma negli ultimi due ho passato. La retrospettiva ha il suo fascino, gli omaggi non sono mai abbastanza, riscoprire i classici sul grande schermo è sempre emozionante e percuotere i bambini con le stampelle di ferro è brutto e sbagliato: tutto vero. Però è altrettanto vero che l'umano medio si trascina ai festival anche per cercare qualcosa che non ha già sul comodino. Che posso dire? Imboccare il raccordo per andare a vedere ET e La Moglie di Frankenstein a Sabaudia non è cosa per me, perciò nel 2007 e nel 2008 sono rimasta in ciabatte.
Nel 2009 la lunga cattività fuori porta è finita e il vecchio e ferito Fantafestival è tornato a casa. Solo che non è più lui. E' irriconoscibile, come il veterano alla vostra sinistra.
Si è tenuto al Palazzo delle Esposizioni, in spazi vegliati da inflessibili Ilse in giacca rossa. Proibito entrare in sala a spettacolo iniziato. Proibito sostare nei corridoi. Cioè, si può transitare per raggiungere il bagno, ma bisogna farlo senza guardarsi troppo intorno perché le Ilse potrebbero accorgersene. Sono terribilmente guardinghe. Se sospettano il fraudolento tentativo di carpire occhiate gratuite alla mostra in corso nei locali adiacenti a quelli destinati alla rassegna si arrabbiano, ti raggiungono e ti sgridano davanti a tutti. I signori che vanno in villeggiatura all' Other World Kingdom ne andrebbero matti.
In sala non vola una mosca, e Stilgar assicura di aver perfino assistito a proiezioni con il pubblico in giacca e cravatta. Atterriti e sconvolti dai suoi racconti, io e Demon abbiamo fatto una breve escursione solo per due film.
Visions
di Luigi Cecinelli (Italia 2006)
E' un thriller alla Seven, condotto con un'attenzione estetica sempre encomiabile nel lavoro di un esordiente. Le trappole del serial killer, per esempio, sono concepite e illuminate come installazioni (l'assassino è Christian Boltanski?).
Purtroppo ha anche una delle storie meno interessanti che si possano immaginare.
Davvero troppo, troppo convenzionale e prevedibile. Non sarebbe mai sopravvissuto al pubblico del Fantafestival di una volta.
Colour from the Dark
di Ivan Zuccon, Italia 2009
Demon, che ha più familiarità di me con la "scena indie" (si dice così?), mi aveva già parlato molto bene di Ivan Zuccon. Io di suo ho visto solo questo Colour from the Dark, che esporta i temi di Lovecraft nell'Italia rurale del 1943.
E' un prodotto povero, tradito per tale dalla qualità delle immagini, più che altro in esterni, e dagli effetti visivi quasi sempre superflui, ma alla fine le potenzialità si notano molto di più dei limiti.
Ambientazione affascinante, belle facce, idee buonissime e uno stile davvero personale, in grado di gestire con misura i debiti cinefili. Ci è piaciuto anche il make-up. Un film che ha le sue ossessioni, il suo progetto narrativo e un finale che non delude, di questi tempi, è una rarità anche a ben altri livelli produttivi. L'idea che, evidentemente, non ci sia nessuno disposto a dare a Zuccon una distribuzione italiana degna di questo nome e i soldi che gli servono per fare meglio è veramente avvilente.
Tra i pochi, timidi lazzi osati da un pubblico inibito e demotivato, il putrido e promettente Colour from the Dark - che scandisce giorno per giorno l'arco narrativo di una settimana - si è beccato il più applaudito: "giovedì... gnocchi!".
Insomma, vincitore morale della nostra capatina al Fantafestival 2009: miglior film e miglior battuta. Vuoi mettere con il premio Méliès?
SAN VALENTINO DI SANGUE 3D

Lo raccomando una cifra.
MICHAEL JACKSON ERA UNA POPSTAR HORROR
Nel suo biblico saggio sull'horror, David Skal si è lungamente occupato di M. Jackson, per illuminare con la consueta acutezza il legame tra il successo mondiale di Thriller e l'immagine mostruosa di una superstar sfigurata e contraffatta da una metamorfosi inquietante.Dopo aver narrato una quantità di aneddoti interessanti, dalle fissazioni religiose che spiegano il disclaimer all'inizio del video alla morbosa intenzione di acquistare i resti di Joseph Merrick, Skal osserva la sinistra somiglianza tra l'esito degli esperimenti di Jackson con la chirurgia plastica e il cranio scarnificato del mostro di Lon Chaney:
“Forse non era sorprendente che il divo di Thriller fosse intento a trasformarsi il volto in una specie di teschio ambulante. Da certi punti di vista, la pelle bianco – osso, il naso quasi scomparso e i capelli increspati lo apparentavano al Fantasma dell'Opera di Lon Chaney. Il paragone è pertinente, perché sottolinea la funzione culturale parallela di Jackson e Chaney: l'incarnazione di una massiccia trasformazione funziona da metafora per un pubblico fondamentalmente insicuro e timoroso sulle reali prospettive di una società teoricamente mobile e priva di classi.”
Ancora, poco più avanti, Skal insiste sui simboli mortiferi associabili al corpo di Micheal Jackson, rivelando la dimensione spaventosa di un secondo gemello mitico:
“...è spesso paragonato a Peter Pan, ma Peter Pan viene raramente riconosciuto per quello che in realtà è: un essere di fantasia tardovittoriana che vola nelle camerette dei ragazzi con una discutibile offerta di vita perenne.”
A parte il fatto che dare torto a David Skal è proibito dai dogmi fondamentali della mia religione, se le sue teorie in merito alle tendenze necrofile della mutazione sono profondamente persuasive, il fatto che Michael Jackson stesse lavorando in un senso sottrattivo mi sembra talmente palese da non richiedere argomentazioni.
Non so se più o meno consciamente mirasse a trasformarsi in un'immagine di morte, ma certamente tendeva all'indefinizione. Tutti i tratti comunemente usati per designare e categorizzare l'indentità gli individui (genere, razza, età) risultano, nell'evoluzione definitiva di Jackson, perturbantemente erosi. I lineamenti si riassumono nelle linee sintetiche di un cartone animato, con occhi enormi, labbra immobili e narici appuntite.
Presumo c'entri poco con il cupio dissolvi o con le solite fantasie autodistruttive di annichilazione del sé, se alla sistematica demolizione di ossa e carne si confrontano gli investimenti faraonici tributati dalla star al proprio ego. Per quanto enormemente triste, l'esperienza di M. Jackson non può essere paragonata alle ossessioni dismorfiche della pornostar Lolo Ferrari, e certo non riguarda le indagini chirurgiche della body art.
C'è qualcosa di importante e inesplorabile – inesplorabile anche per David Skal - nella relazione tra il corpo horror di M. Jackson e il mondo. Ho l'impressione che questo incomprensibile segreto sia situato da qualche parte tra l'invisibilità cronica del suo progetto di metamorfosi, che ormai resterà ignoto, e il fatto che il pubblico abbia istintivamente percepito ogni singolo stadio del percorso come un fallimento cruento.
LE SANG DES BÊTES
L'altra sera, mentre guardavo Martyrs al cinema, a un certo punto ho capito che probabilmente sarebbe stato il momento di chiedersi: “o-mio-dio come può un essere umano, e a maggior ragione il membro di una famiglia del mulino bianco qui icasticamente assunta a emblema della banalità del male, arrivare a fare QUESTO?”.Le sang des bêtes è un documentario del 1949, girato nei macelli parigini da Georges Franju. Ogni tanto l'ho sentito descrivere come eccellente facitore di vegetariani. A me risulta che fabbrichi soprattutto ilarità isterica, conati di vomito e meccanismi di rimozione che, se osservati in diretta giustapposizione al film, paradossalmente lo perfezionano attraverso l'addizione di un interessante valore performativo.
Oggettivamente presumo che possa costituire un'esperienza violentemente disturbante, e di fatto mi risulta abbastanza difficile descriverla a chi non l'ha mai visto. Diciamo che potrebbe ricordare, per scrupolo e impassibilità dello sguardo, il ben più famoso The Act of Seeing with One's Own Eyes. Il fatto è che laddove la distanza ipnotica di Brakhage documenta l'inerzia dei cadaveri lavati e svuotati, Franju - con la stessa attenzione antiretorica - filma anche la morte, il panico, la disperazione, l'irrimediabile e sconcertante industrializzazione di una violenza che nessuno, ma proprio nessuno, verrà a contrastare.
Insomma, il documentario non risparmia nulla della tortura e della morte degli animali, tuttavia non è di questo che parla. Come dicevo, è un documentario sui macelli.
I macelli sorgono ai margini della città, si legano a lei tramite strade e ponti che nessuno percorre per caso. La geografia del mattatoio è un conturbante ibrido tra quella del tabù e quella dell'industria. Nessun umano oltrepassa i suoi confini, tranne le suore che raschiano i resti di grasso “per i poveri” e la gente che ci lavora per soldi.
La monaca – almeno in astratto - è una creatura socialmente liminare. E' come il guaritore, come il boia: vede cose che gli altri non vogliono guardare, attraversa i territori destabilizzanti della malattia e della miseria e poi torna indietro. E' uno dei pochi ambasciatori istituzionalmente qualificati per muoversi tra le nazioni evidenti della società civile e le regioni intoccabili, rimosse, dei suoi margini.
Il macellaio parigino del dopoguerra non è un orco sadico col camice imbrattato. E' un tizio che fa un lavoro sporco, faticoso e mal pagato. Leva i feti dal ventre delle mucche che ha ammazzato, spara in testa ai cavalli bianchi, decapita le pecore e apre la gola ai cuccioli incaprettati, zitto, fumando, come se stesse avvitando bulloni. E' uno in cui hai paura di identificarti, che non vuoi conoscere ma che non puoi nemmeno permetterti di disprezzare.
L'aspetto più inaccettabile del film, che pure insiste sui dettagli cruenti e lavora sapientemente sugli ambienti per trasfigurarli in scenografie sulfuree, non risiede nell'estetica offensiva dello snuff. Le orripilanti visioni del carnaio emergono, grazie all'elementare potere estetico della violenza, solo per reintegrarsi a un nuovo livello di consapevolezza nel contesto originario di rimozione e anestesia. Cioè nel mondo dei carnefici, rappresentato non dall'efficienza alienata dei macellai, ma dalla quiete straniante dei paesaggi suburbani, equanimemente alternati dal montaggio agli scenari della mattanza e tradotti dalla rara sensibilità di Franju in inattesi quadri surrealisti.
Le sang des bêtes, inconfutabilmente privo di compiacimento exploitation, non può ad alcun titolo essere assimilato ai documentari di ispirazione animalista che esibiscono la violenza dell'industria alimentare a fini informativi. E' pure naturale che un film del genere abbia incontrato l'interesse della critica marxista, ma Franju non sembra specialmente interessato nemmeno alla retorica di classe.
Questa camera è tanto fredda perché ha troppo disprezzo e troppa compassione (dico in senso etimologico) di tutto. Perché la sua prospettiva è straordinariamente semplice e lungimirante: si concentra sulla relazione tra mattatoio e città per discutere la simbiosi occulta fra civiltà e violenza, dunque le strategie che la rendono sopportabile o solo praticabile.
Siamo disposti a versare il sangue degli altri [1] ogni volta che, più o meno facilmente, riusciamo a persuaderci di essere in diritto di farlo. E siamo capaci di farlo perché abbiamo a disposizione molti modi di non guardare.
Una conclusione elementare, particolarmente raggelante se rapportata al vivido trauma della seconda guerra e però sostanzialmente metastorica.
Gli escamotage di rimozione di cui parlavo all'inizio del post, se possono suscitare qualche sarcasmo nella versione onnivora (“ma i mattatoi adesso non sono mica più così...”), mi fanno accapponare la pelle in quella vegana: “ecco perché ho smesso di mangiare animali”. Che sarebbe la pronuncia “alternativa” del mantra universale: quello di cui parla questo film non mi riguarda più in nessun modo. Non me, non proprio me. In nessun modo. Non più.
E' nel bellissimo DVD Sinister Visions di Occhi senza volto - due capolavori al prezzo di uno - ma io consiglio sempre di guardarlo in un cineclub, perché così fa più male.
GORE GORE NOTES
[1] così storpiò “un critico italiano” il titolo del film, compiacendo grandemente Franju, che era però il tipico uomo troppo intelligente, pronto a ricavare il significato di un abisso da parole profonde quanto una pozzanghera.
Ho purtroppo ragione di temere, dopo recenti esplorazioni del web italiano, che il critico in questione fosse Fofi: uno che concludeva la sua recensione con un generico invito all'adozione della dieta vegetariana, dimostrando ipso facto ottime intenzioni (per me, come gli amici sanno, ben venga a prescindere) e una disarmante incomprensione delle proporzioni del discorso.
MARTYRS di Pascal Laugier
Martyrs comincia come un classico horror di coppia. Abbiamo due giovani orfane, legate dalla tipica relazione disfunzionale tra un individuo formalmente sano ma di fatto patologicamente protettivo (Anna) e un soggetto autodistruttivo, pericoloso, troppo ferito per non richiamarsi addosso - e intorno - qualcosa di indicibilmente cattivo e tendenzialmente imbattibile (Lucie). In questa fase la minaccia proteiforme che le perseguita acquisisce sembianze mostruose e fantasmatiche e il percorso di demistificazione mira a ridurla dall'ambito dell'allucinazione a quello della realtà.
Poi Anna resta sola: la narrazione e il registro si riconfigurano con una virata ai margini del passaggio di genere. Il processo di scoperta si inverte, rintracciando la natura storica, non immaginaria, delle angosce di Lucie. La minaccia assume a questo punto una forma non solo reale, ma quasi politica: una loggia di torturatori, precisamente connotata in senso sociale ed economico.
Oltre che dalla relazione di simmetria e dalla giunzione narrativa elegantemente delegata al prologo, le due sezioni fondamentali del film sono legate da un paio di percorsi su cui intendo concentrarmi (anche per non ripetere cose che sicuramente avete già letto).
Uno dei più affascinanti, per quanto mi riguarda, risiede nella costruzione di Anna come eroina assolutamente eccentrica rispetto ai modelli più frequentati di recente dal genere.
Anna non è un seducente connubio citazionista tra la vulnerabilità della scream queen tradizionale e le proprietà aggressive del protagonista action: non è minimamente abile nell'arte di assestare i calci in culo (semmai la ragazza vendicativa con il fucile è Lucie), non cerca di sbudellare nessuno e non si trasforma gradualmente in Rambo nel corso della storia. Nello slasher medio dell'ultimo decennio, sarebbe sopravvissuta solo al redneck spaccone e al cane. Anna rientra in una categoria di eroi vecchia e dimenticata, del tutto inutile ai nostri corpi.
Il primo connotato eroico che riconosciamo in lei è l'idealismo che sostiene la sua devozione a una causa disperata, ovvero nel suo essere, come dicevo in apertura, un salvatore patologico. Che Lucie sia assolutamente incurabile è quasi subito chiaro, per gli spettatori e maggior ragione per Anna. Mentre assistiamo ai suoi sforzi per salvarla dalle conseguenze delle sue azioni, per aiutarla a combattere l'orribile apparizione che la perseguita, per cucire e disinfettare le sue ferite, sappiamo benissimo che sarà tutto inutile. A noi la prospettiva di una frustrazione garantita basterebbe per lasciar perdere, ma Anna non è come noi.
Lei è in grado di sopportare la solitudine sconfinata degli eroi, delineata dall'unilateralità incompresa del suo altruismo e inasprita dall'impossibilità di dividere le responsabilità con un sodale paritetico. Presumo che il lesbismo serva appunto a chiarire questo aspetto del personaggio: attraverso l'accenno, con la scena del bacio, al fraintendimento di Lucie si descrive la fatale disattenzione della protetta ai sentimenti e ai desideri personali della salvatrice. Anna per prima, del resto, non si cura di gratificarli né lega la sua missione alla speranza di essere corrisposta.
Un altro tratto eroico è dato dalla precocissima manifestazione della sua vocazione protettiva, precocità che nella seconda fase della storia si dilata per lambire il concetto apertamennte epico di predestinazione. Anna fa parte di una ridottissima minoranza di eletti: quelli che, se condotti al limite estremo del dolore, non diventano vittime ma si trasformano in martiri. Possiede cioè la capacità ascetica di trascendere la sofferenza fisica.
Questo singolare talento si accompagna a un connotato più ambiguo, peraltro assolutamente tipico degli asceti: la presunzione. L'atleta dello spirito (visto che a Laugier piacciono le etimologie) è qualcuno che confida in sé a tal punto da credersi capace di combattere contro il suo stesso corpo. Sopravanzando gli impulsi umani più basici, egli si discosta dai limiti della specie, passando a un diverso e superiore livello di percezione. Il grosso della tradizione ascetica di ispirazione religiosa ingaggia questo genere di scontro attraverso l'astinenza e la privazione (sonno, cibo, piacere, vita sociale, etc), ma il ricorso a pratiche autolesioniste più dirette non è affatto raro.
Trovo piuttosto interessante che Anna fallisca sistematicamente, quando cerca di salvare gli altri, essenzialmente per presunzione. Tenta sempre di risolvere tutto da sola.
Quando trova la martire scheletrica del sotterraneo, perfetta e disturbante ipotiposi della sofferenza, Anna realizza improvvisamente l'insufficienza patetica del suo armamentario di disinfezione e sutura, la sua sostanziale inadeguatezza alle proporzioni ipertrofiche della crudeltà umana. Ammette di "non poterla curare", e per un momento si è tentati di credere che effettivamente ci non proverà. Invece non resiste: asporta la maschera chirurgicamente innestata sugli occhi della sua nuova protetta e li riempie fatalmente di scarafaggi carnivori.
L'asceta presuntuosa può combattere con successo contro la propria paura del dolore, ma il suo genere di altruismo resta semplicemente inutile al prossimo.

Il secondo tessuto connettivo tra prima e seconda parte del film è costituito dalla sistematica laicizzazione della relazione tra individuo e sofferenza, un fatto teso – presumo – precisamente a neutralizzare la possibilità del suo superamento come argomento antimaterialista.
Prima di tutto, la questione si esplica per vie estetiche, attraverso una prevedibile ma efficace sovrapposizione tra le più stupefacenti e violente iconografie del martirio o dell'estasi e la grevità della “cronaca vera” in stile rotten.com.
L'assenza indicibile delle sante barocche perde la sua qualità erotica già sovrapponendosi alle terribili passioni del rinascimento tedesco: l'anoressico Cristo morto che spaventava Dostoevskij e le crudeli crocifissioni cinquecentesche, soprattutto quelle di Grünewald, che in effetti credo costituisca un riferimento fondamentale per le prime martiri del film (io ho visto perfino qualcosa di questa pallida madonna nella salma di Lucie dopo la ricomposizione, non credo sia una mia sega mentale ma non si può mai dire). Un patrimonio estetico che, già contraffatto da questa contaminazione, si desacralizza per il contatto con la morbosità pornografica delle violenze di guerra, delle stragi e degli incidenti stradali, ma anche delle foto del cadavere pesto di GG Allin, degli ultimi giorni della povera Anneliese Michel o delle spoglie della vittima di Issei Sagawa, tanto per dire le prime che mi vengono in mente tra tutte le sgranate e “autentiche” immagini del patimento fisico che il web ha reso familiari alla cultura occidentale esattamente quanto l'altare di Isenheim.
Alla stessa procedura di desacralizzazione si sottopone l'intera nozione di martirio, partendo dalla forzatura etimologica del titolo per finire al gelido spiegone di Mademoiselle. E' lei a chiarire la distanza della “setta” dalle fissazioni religiose, illustrando il rigoroso laicismo della casistica di partenza mentre sfoglia un book degli orrori che, anni 80 o non anni 80, a noi sembra salvato col tasto destro del mouse. Alcune di quelle foto, significativamente, campeggiano nel condotto sotterraneo che congiunge la villetta borghese alla prigione delle martiri, appese alla parete come radiografie della passione per svelare la sua totale pertinenza all'ambito della finitudine fisica.
La rappresentazone di questa setta di ottimati senescenti, tutti affaccendati a tagliuzzare e spellare giovani donne con la docile complicità della famiglia tradizionale, è poi ottimamente beffarda.
Quando la loggia confluisce alla sede del martirio di Anna per ricevere la rivelazione, ci accorgiamo che sono tutti come Mademoiselle: ricchi, con i capelli bianchi, abbastanza vecchi da permettere a un amico che era con me al cinema di individuare una certa somiglianza con i vetusti satanisti di Rosemary's Baby. Evidentemente i carnefici sono invecchiati investendo anni, speranze e denaro per migrare dai capannoni arrugginiti ai bunker asettici e alle sale operatorie all'avanguardia. Tutto per una sbirciata di seconda mano oltre il velo della morte: un'esperienza alla quale, nel tardo e deludente giorno del successo, si trovano evidentemente vicini.
La futilità dell'obiettivo, così perfidamente deriso dall'ultimo sparo, e l'assenza quasi triste del delirio edonistico spostano la loggia dei martirizzatori un gradino più in basso della congrega sadiana di Pasolini e diversi piani al di sotto dei cenobiti di Hellraiser, che erano abitatori e sacerdoti di un'ulteriorità depravata e sapiente. Spogliandoli di pretese filosofiche come di ogni charme esoterico, Laugier riporta i vertici del suo Male allo stesso livello delle famigliole gregarie che ne argomentavano la banalità.
Per tutto ciò non è il caso di sorprendersi se Martyrs – malgrado il fulgore della protagonista, magra, rapata, bella come una santa di Dreyer e terribile come uno schiavo di Pinhead - resta a quota zero in quanto a brividi mistici.
Allo sguardo di Laugier sullo strazio carnale e sulla prostrazione psicologica si può riconoscere una brutale qualità di rivelazione, ma il poco che ci è dato scorgere della sospirata visione della martire non ha niente di conturbante. E non parliamo di un regista che manchi del talento visionario necessario a suggerire l'ineffabilità senza ricorrere a quello che è, oggettivamente, il più vieto luogo comune sulle visioni premortali.
La possibilità di una realtà trascendente, dunque della sua esperienza diretta tramite l'ascesi o l'estasi, resta per Martyrs una suggestione presuntuosa e irrisolta, comparsa alle origini del plot, rimasta ai margini della narrazione, scansata dalla soluzione fuggiasca e persino volgare dell'epilogo.
Il mio amico - sempre quello di Rosmary's Baby - ha nobilitato il finale come allusione al tipico senso di delusione che si impossessa degli spettatori alla fine dei film horror, specialmente alla fine dei film horror come questo (ma come, finisce così? era tutto qui?). La trovo un'ipotesi arguta, ma mi prendo la libertà di interpretarla come ulteriore conferma alla mia impressione che il film lavori in un ambito schiettamente terreno. Si interessa alla natura connaturatamente mediocre del potere dei carnefici e dei loro moventi. Si interessa alla psicologia del martire, non a certificare l'eziologia trascendentale della sua esperienza. Investiga le pratiche e le soluzioni, non gli esiti ultramondani, di una delle urgenze umane più semplici e patetiche: cercare un senso all'evidenza incurabile del dolore fisco. Che poi è la nostra fonte di paura più immediata e primaria, la più presente nel discorso del cinema horror contemporaneo.
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SONDAGGIO : SE CAMBIASSIMO TEMPLATE?

Vantaggi:
- è un po' meno spartana dell'attuale
- si legge meglio dell'attuale
- è meno pesante dell'attuale
- rende meglio dell'attuale in risoluzioni superiori a 1024 x 786
- ormai l'ho quasi finito
Svantaggi
- quando ho aperto il blog ero meno pratica con il codice: potrei dover tornare a rimettere mano ai singoli post orrendamente lerci di superflue istruzioni in html
- è praticamente inguardabile a 800 x 600
- sì, c'è qualcuno, da qualche parte, che legge regolarmente via reader in 800 x 600 (ma perchè lo fai?)
- sono un po' affezionata al vecchio layout nero
- se passiamo a wordpress è fatica sprecata
Alternative:
- Tengo il design, ma lo uso per un progetto indicizzazione asistematica di blog italiani che parlano con amore di film brutti
- Tengo il design, ma lo regalo a qualcuno che ne ha più bisogno
- Tengo il design, ma lo uso per un blog personale di quelli diaristici, onde condividere con l'universo mondo la mia non comune sensibilità (ah, come amo i tramonti!) o le mie insospettabili doti letterarie (l'osteria numero nove brulicava di ragni e grassoni. Improvvisamente... )
- Butto il design e vado a vedermi Organ e Il Mostro dell'Obitorio.
UN VISITOR AL MESE!
Arrivano su gigantesche astronavi, sembrano in tutto per tutto simili agli umani e, malgrado la sospetta estetica di stendardi e uniformi (una variazione nazistoide della classica couture spaziale alla Star Trek), si dichiarano completamente amichevoli. Stringono legami con la politica e l'industria, lanciano efficienti campagne di assimilazione culturale, manipolano i sistemi di comunicazione di massa e obbligano l'élite scientifica e intellettuale a scegliere tra il collaborazionismo e la persecuzione.
Quando le loro vere intenzioni vengono a galla, i Visitors hanno già preso il potere, ma forse non è ancora troppo tardi... forse qualche coraggioso è ancora disposto a rischiare la vita per il bene di tutti. E poi l'ingordigia di una sedicente specie superiore intenzionata a prosciugare le risorse di questo pianeta e a industrializzare la trasformazione in cibo altri esseri senzienti è esattamente il tipo di cosa che manda in bestia gli umani, lo sanno tutti.
Andata in onda per la prima volta negli stati uniti nel 1983, V è l'evoluzione in salsa aliena di un progetto originale di Kenneth Johnson, già padre dell'Incredibile Hulk con Lou Ferrigno, inizialmente intenzionato a scrivere una trasposizione televisiva di It can't happen here.
Il setting dell'invasione aliena, prescelto per cavalcare il trionfo del terzo capitolo di Star Wars, ha consentito ai Visitors di importare sul piccolo schermo le emozioni gigantesche della fantascienza, canalizzando un incredibile sforzo produttivo nella messa in scena di un prodotto spettacolare e torvo, strapieno di scene d'azione, rettili cannibali e schifida manducazione di sorci vivi.
L'eccezionale e meritato successo di pubblico delle prime due miniserie (V e V - The Final Battle ) ha poi permesso ai Visitors di tornare in pompa magna già l'anno successivo, con una serie di 19 puntate a programmazione settimanale e non senza qualche significativo mutamento di toni e contenuti.
Le miniserie di Johnson si concentrano soprattutto sul perfezionamento dell'analogia tra invasione aliena e instaurazione di un regime autoritario, proponendo senza troppe concessioni al disimpegno mainstream sviluppi drammatici sulle ripercussioni sociali de dispotismo, a volte in toni anche molto tetri e indigesti (penso per esempio alle vicende della famiglia Bernstein, con particolare riferimento all'azione corruttrice del potere sul giovane e volubile Daniel).
Anche l'attualità politica si insinua nel discorso, soprattutto attraverso i colloqui tra Donovan e Ham Tylor (un durissimo M. Ironside), rispettivamente giornalista investigativo e ambiguo mercenario. La stessa apertura di V è altamente indicativa in tal senso: la prima nave aliena che ci viene mostrata troneggia infatti su uno scenario salvadoregno e appare al culmine di una già concitata scena di guerriglia.
Ben meno sensibile è la prospettiva ambientalista, che pure avrebbe trovato buoni appigli nel plot, ma erano proprio altri tempi. Basti pensare al fatto che V – The Final Battle, si chiude sull'immagine degli eroi americani che, acclamati dal mondo tutto, festeggiano allegramente una vittoria conseguita grazie all'impiego di micidiali armi batteriologiche. Potrei sbagliarmi, ma credo proprio che nelle nuove e ormai imminenti avventure dei Lucertoloni non vedremo nulla di simile.
V - The Series , portata avanti senza Johnson, si discosta dalla struttura asciutta e dalle intenzioni didascaliche delle miniserie originali, per lasciare spazio a caratteristiche più commerciali.
Proliferano i subplot romantici che, al pari dei colpi di scena, vengono spesso condotti con schiette inflessioni soap: penso, per dirne una, alla puntata in cui Robin e sua figlia, la starchild Elizabeth, mettono gli occhi sullo stesso motociclista bonazzo, oppure al ritorno di Frank Ashmore, che dopo la morte del suo personaggio Martin (leader della Fifth Column nelle Miniserie) ricompare nelle vesti del gemello Philip per andare a ricoprire un ruolo quasi identico. Anche gli intrighi sulla nave aliena assumono sfumature vagamente Dynasty, come nel caso delle vicende legate al matrimonio di Diana e Charles (memorabile il banchetto nuziale, nel filmato in coda al post), ma soprattutto si impenna il sex appeal dei cattivi.
Spicca in questo senso la vera superstar della serie: la perfida Diana, del cui lussurioso arrivismo già sapevamo all'epoca di Johnson. La rapida ascesa al rango di icona di questo indimenticabile personaggio si deve all' avvenenza di Jane Badler, debitamente spettacolarizzata dai costumisti, alla felice ibridazione di almeno tre stereotipi negativi (mostro alieno, mad doctor, dark lady) e soprattutto al fatto che si tratta di un villain malvagio come pochi altri. Anche a paragone di compari e avversari veramente bastardi, Diana resta sempre la stronza definitiva, la più cattiva di tutti.
Come capita spesso, il fronte dei buoni è assai meno interessante, ma il pubblico si è affezionato molto anche al personaggio del giovane Robert Englund: Willie, il Visitor vegan che fino all'arrivo di Oswald ha sostenuto in solitudine l'elemento comico della serie. (ora che ci penso, sempre per la serie “altri tempi”, in una trentina di episodi ci sono solo due personaggi volutamente buffi: il fricchettone-vegetariano e l'esteta-effemminato.)
Per parlare in dettaglio dei personaggi, comunque, ci sarà spazio nella nuova e frizzantissima rubrica “Un Visitor al Mese”, che ho deciso di inaugurare per presentare ai gentili depravati che leggono un lucertolone vintage ogni trenta giorni, prima che l'avvento dei nuovi Visitatori provi a soppiantare nell'immaginario collettivo i volti dei vecchi, meravigliosi antieroi.
Intanto raccomando a grandi e piccini l'acquisto dei tre confanetti Warner con l'intera saga e mi permetto un avvertimento preliminare per chi intendesse accettare il consiglio: sappi, o tu che ti accingi a riesumare questo vetusto cult generazionale, che gli alieni parlano in inglese tutto il tempo, anche fra loro, che si comportano come se non fossero in grado di distinguersi uno dall'altro quando sono senza maschere e tendono a tenersele addosso pure mentre scopano. Se non sei in grado in tollerare tutto ciò senza gridare alla cazzata-pazzesca lascia direttamente perdere i Visitors, che tanto non te li meriti.
KINSKY DREHT PAGANINI
Il nostro compianto eroe, sul set italiano del suo terribile "Kinsky Paganini", ce la mette davvero tutta per catturare una concitata soggettiva da montare con la scena di sesso appena girata sullo stesso letto: una roba altrettanto spettacolare che mi piacerebbe davvero condividere. Il problema è che temo si tratti di cose troppo porno per YouTube e troppo poco porno per YouPorn.
Sempre siano dannate le vie di mezzo.
ANTICHRIST di Lars Von Trier

Secondo l'erudito Michel de Certeau il film di Friedkin e il sequel di Boorman documenterebbero il passaggio del controllo delle manifestazioni demoniache dall'ambito magico-religioso, che è deputato a vegliarle nelle cosiddette società tradizionali, a quello medico-scientifico, con particolare riferimento ai domini della psichiatria e della psicoanalisi.
Considerando L'esorcista II – L'eretico, per identificare nella psicoterapia di Reagan l'esplorazione imprudente che permette e in un certo senso concausa la resurrezione del fenomeno diabolico, De Certeau scrive: “L'assenza di uno spazio simbolico in cui possano esprimersi lo smarrimento dell'immaginazione e gli esili degli spiriti in regioni non sorvegliate dalla scienza, crea queste apparizioni diaboliche del fantasma ai margini e nelle crepe del sistema disciplinare. Se i segni di un'altra dimensione nell'esperienza umana si sono trasformati in demoni, ciò è avvenuto perché il lavoro della ragione ha assunto una forma dogmatica, totalitaria e, alla fine, irrespirabile.”
In questo ultimo Von Trier c'è qualche traccia del diffidente antiscientismo che il dotto gesuita riconosceva negli indemoniati degli anni settanta e ottanta. L'inadeguadezza degli strumenti razionali alla risoluzione dei conflitti esistenziali, più in generale al doloroso ingresso del caos nell'esperienza umana, non si configura però in Antichrist come polemica antirazionalista nel senso più familiare all'attualità contemporanea.
Il personaggio di Dafoe è sì un adoratore della razionalità come il luminare positivista de Il Volto bergmaniano, ma anche nello stesso modo in cui potrebbe esserlo un filosofo scolastico che fa ricorso alla logica aristotelica per separare l'ordine della religione dalla natura amorfa e ingovernabile della superstizione o dell'eresia.
Dafoe è tutto questo e lo è sicuramente “al nero”. Sintentizza una specie di incubo irrazionalista sulla collusione tra mito della ragione e prassi dell'autorità castrante. Egli si rivolge a un raziocinio che è puro strumento di produzione e conservazione del potere: la sua logica non si interessa all'indagine della realtà, ma all'indicazione di se stessa come unica detentrice del diritto alla sua interpretazione. Dafoe è l' “irrespirabile”.
Nell'esperienza della moglie, interpretata da Charlotte Gainsbourg, la tirannide della razionalità sul trauma deprimente e la medicalizzazione dell'angoscia esistenziale liberata dal lutto sono strumenti non già di analisi e risoluzione, ma di sorveglianza dispotica. All'indomani della morte del figlio di entrambi, il marito, terapeuta, sferra un calcio in culo alle convenzioni deontologiche e soppianta il medico che la aveva in cura, incaricandosi personalmente della sua riabilitazione.
La gestione della terapia assume presto i contorni del controllo autoritario: lui si appropria di lei. Sceglie quando e come erogare psicofarmaci, sedute ipnotoche, orgasmi. Controlla il suo respiro. Si elegge investigatore legittimo dei sui traumi, interprete dei suoi patimenti immediati e giudice delle sue esplorazioni filosofiche. Pontifica perfino su quali conclusioni sarebbe stato giusto trarre dagli studi per la sua tesi, un'indagine, non sappiamo di che natura, sulla persecuzione delle streghe (per la precisione, la accusa di essersi accordata con le leggende misognine che avrebbe dovuto confutare).
Lei confida di essere pergiunta a una disperante consapevolezza di sapore cataro: l'intero mondo fisico, diretta emanazione demoniaca, è pervaso dal dolore e dal male. Ogni cosa non fa altro che morire. L'esperienza della vita - di tutta la vita, non solo di quella animale - finisce per coincidere con un processo di putrefazione inutilmente doloroso e tragicamente facile a prodursi (alle querce per esempio basta che attecchisca una ghianda ogni cento anni).
Lui ascolta con condiscendenza e immediatamente la sminuisce, ricorrendo ad argomentazioni da manuale di violenza domestica (cito a memoria, ma il senso è quello):
“Molto toccante. Ma andrebbe bene in una fiaba per bambini. Sai benissimo che le ghiande non piangono.”
Sono battute da apprezzare col testo a fronte:
“E' veramente carino che tu sia così emotiva. Questo sentimentalismo pessimista è tanto decorativo. Complimentoni, ma ora passiamo alle cose serie: il pensiero che tu puoi produrre è puerile, non autosufficiente, e necessita perciò della mia supervisione. La tua idea su come conoscere in generale e su quello che conosci in particolare non vale un cazzo di niente, per fortuna ci sono qui io a dirti cosa sai e cosa non sai.”
Per metà del film la Gainsbourg abbozza e basta; forse riconosce, magari accusa, ma in finale soggiace. Aspetta il secondo tempo per mollare la pelle dell'agnello e diventare lupo, come in un rape & revenge.
A quanto pare però, per suscitare entusiasmo empatico negli spettatori di un cruel picture, la riscossa della vittima deve essere giustificata dall'esposizione del suo pregresso stato non solo di soggezione pratica ma anche di inoffensività totale, di un inverosimile eccesso di “innocenza”.
Il personaggio della Gainsbourg non è innocente per nulla, infatti il pubblico di Cannes perde immediatamente di vista i suoi moventi, percepisce la rivelazione delle sue potenzialità offensive come un'esplosione di malvagità immotivata e, disconosciuto il valore vendicativo e rivendicativo della svolta violenta, non può che ipotizzare la soggiacenza di qualche speculazione misogina alle ragioni della sua narrazione.
In effetti Trier fa un uso abbastanza convenzionale degli stereotipi di genere nel momento in cui descrive un maschile razionale e scibile, solare anche se non per questo benigno, per contrapporlo a un femminile dell'ombra, emotivo e misterioso. Intorno a queste associazioni si aggregano simmetricamente altre coppie dicotomiche. Se dal dominio virile della logica discende l'attentato psicologico, proposto sotto la specie infida del mind control, da quello uterino dell'istinto scaturisce un agguato animalesco, incarnato nelle sembianze della costrizione fisica. Se la cultura egemone, dichiarabile e divulgata, esprime la violenza attraverso le strategie paternaliste dell'assimilazione, il mondo marginale, sommerso e iniziatico, agisce l'aggressività nei termini apparentemente più cruenti della guerriglia.
A questo schema si può rimproverare tanto l'adesione troppo arrendevole alle consuetudini rappresentative di cui sopra (grevità comunque parzialmente emendata da un'efficienza drammatica difficilmente sostituibile), quanto la deriva del tentativo di sintesi in una semplificazione che risolve brutalmente il promettente colloquio con la storia.
Non si può però asserire che una delle due parti del conflitto inscenato superi l'altra in scelleratezza. Non c'è qui un puro albigese (anche perché se il principio satanico è ben rappresentato, non si vede neanche l'ombra della sua antitesi positiva), al limite abbiamo un tiranno che si batte contro una strega, perciò il film è misogino nella precisa misura in cui è misandrico.
Se poi proprio ci ostinassimo a cercare tracce di purezza nel bosco mostruoso di Von Trier, è al personaggio della Gainsbourg che dovremmo guardare per trovarle. Il bosco brulica di bestie squartate, vegetali putrescenti, animaletti risorti, aborti incastrati nel corpo materno, parassiti e neonati morenti. E' un luogo in cui la malignità della vita può solo essere assunta come dato di fatto; la Gainsbourg almeno lo ammette, mentre Dafoe continua a negare. Inoltre è lei l'unica a muoversi concretamente per arginare il nefando contagio riproduttivo.
Ebbene sì, mi riferisco alla famigerata cura a base di escissioni e cazzi strizzati di cui s'è letto in ogni dove la settimana scorsa. E a questo proposito mi chiedo soprattutto perché, così spesso, chi ha visto il film si dilunghi un sacco nel commentare le sevizie torture porn della Gainsbourg, riferendo poco o niente della psico-invasione di W. Dafoe. Che poi è come chiedersi se la misoginia non sia soprattutto nell'occhio di chi guarda.
Quando la Gainsbourg dichiara che il corpo delle donne non è interamente sotto il loro controllo, per esempio, declama i miti sessisti sull'animalità femminile o rivendica la propria appartenenza a un regno oscuro e pericoloso, malvagio e però (perciò) anche riconosciuto come attivo?
La peculiarità del ruolo femminile all'interno del processo riproduttivo non determina forse una certa somiglianza tra la reificazione delle donne e quella degli animali, della cosiddetta “natura”? Femmine e bestie, in una cultura sessita e specista, sono patrimonio sociale oltre che (o prima che) individui. Nientemeno che una specie intera pretende di partecipare, con un grado di coinvolgimento proporzionale alla capacità di autodifesa di chi li possiede, alla gestione di questi corpi–prodotto, corpi-alimento, corpi–incubatrice, così essenziali alla sua sopravvivenza.
Se a tanti il personaggio di Charlotte Gainsbourg è parso un coagulo di fantasie misogine, a me ha ricordato le confessioni ribelli di monna Gostanza da Libbiano, che dichiarandosi agente diabolica si appropriava di un'identità artigliata e potente, guadagnava un esodo (lì solo fantasticato) dall'eterna minorità degli indifesi. L'adesione consapevole della Gainsburg all'organismo enorme della natura-anticristo potrebbe voler dire qualcosa di simile: comandami, spiegami, spostami, bruciami pure. Io resto parte privilegiata di qualcosa di grosso e cattivo, che riguarda anche te e che farà male e paura per sempre.
Dalle parti del finale Dafoe se va per il bosco marcescente. Non teme di sfamarsi con i sui frutti sinistri e lo attraversa da storpio - anzi da storpiato, come suo figlio. Pure questa è una proiezione semplicissima: percepiamo la simmetria come segno dell'umano, la rompiamo per indicare l'esperienza oltreumana. Da zoppi si cammina meglio nei mondi ulteriori. Poi non si sa se se ne esce o meno, e perfino io trattengo le ultime considerazioni per non macchiarmi di uno spoiler così cattivo.
Von Trier invece esce da Antichrist cambiato. Privo di quegli attributi che, tratta in inganno dall'ostilità di principio alla linea interpretativa prescelta dalla critica di Cannes, supponevo avrebbero fatto di questo film un'esperienza spassosamente scorretta. Privo cioè del suo sarcasmo incivile e dei suoi colpi bassi manipolatori, meno arrogante del solito e per niente misogino. Non più - comunque non ora e non qui - capace di appacificarsi con la radicalità del proprio pessimismo, sia pure attraverso l'ironia beffarda di cui lo sappiamo capace da un pezzo.
Per tutto ciò, mirabile dictu, ne esce non solo più sincero ma perfino più simpatico. Tra i fischi, pure nella sala ben poco prestigiosa in cui l'ho visto io.
HEYYY BIONDOOOO... LO SAI DI CHI SEI FIGLIO TUUUU?
L'EROE TACITURNO FIGLIO DI PADRE IGNOTO
Questo post nasce da 2 episodi contigui.
1) Ieri ho rivisto per la “non so quante” volta “Per qualche dollaro in più”
2) Il Savvo nazionale disse “Schwarzy è L'Eroe, punto”
Clint Eastwood è l’Eroe e i punti non bastano. E’ il mio eroe per eccellenza, l’unico a cui affiderei la mia collezione di film…per intenderci. Il mio attore preferito (dopo nonno Price). Io amo Clint…è un dato di fatto. Amo quel mozzicone all’angolo della bocca…perennemente incollato, amo la spavalderia o meglio la sicurezza delle porprie qualità, amo quello sguardo imperscrutabile ed allo stesso tempo talmente espressivo da leggerci dentro l’universo, il suo ritmo lento come quello di un serpente che si appresta ad azzannarti. E poi, cazzo, amo e ammiro Sergio Leone…uno dei più grandi registi italiani di sempre…insomma li amo entrambi…un po’ più Clint…ma poco.
Rivedere quei film mi fa pensare che: in italia si potevano fare film di livello altissimo, con cast stellari (Gian Maria Volontè…1000 lodi), film che sono manuali del cinema…dio mio!
Non mi stancherò mai di rivedere quei 5 film e mezzo (se chi legge non li ha visti tutti…subito in ginocchio sui ceci)…e Clint nella sua (onorata) carriera da regista di trucchi del mestiere a Leone ne ha rubati parecchi…un ottimo allievo.




























